LA COPPIA
Cinzia Bollino Bossi, 2004


Silvia Majocchi ha iniziato a parlare della coppia prima ancora che le coppie parlassero di sé.
Prima che dilagasse la mania delle litigate e delle rappacificazioni in diretta, prima che trionfasse la tv guardona e che il voyeurismo più gretto trovasse eco, Silvia spiava i gesti di Lei e di Lui con ironia, con disincanto. Il suo era uno sguardo sincero, veritiero, fedele, caricato delle licenze poetiche necessarie a tradurre le idee in messaggi. Uno sguardo mai edulcorante. Piuttosto pungente, disarmante. Coraggioso e ingenuo quel che bastava per dire che il re era nudo.

Che la vita a due proprio romantica non era.

Silvia sbirciava dal buco della serratura e svelava riti e gesti quotidiani della Coppia. Lei e Lui vivevano ambienti spogli, pieni solo degli oggetti funzionali alla narrazione. Calvo Lui, senza capelli pure Lei, ma con due cornini, simbolo della ferinità sorniona ed enigmatica che è tutta muliebre e declinata al femminile.

Ora la Coppia è tornata, in tre dimensioni. Lei e Lui stanno entro stanze trasparenti, senza tendaggi o altro che li riparino. I capelli non li hanno mica presi, e probabilmente non li prenderanno mai. Condannati a una calvizie che è sinonimo di anonimato, continuano a perpetuare silenzi, incomprensioni. Lei, in compenso, ha perduto i cornini, ovvero le antenne, e se prima era lui a uscire un po’ malconcio dal ritratto di coppia in interno, ora sono quanto mai complici e corresponsabili. Si somigliano sempre di più, coperti da abiti semplici, banali, quasi impiegatizi. La nudità li lasciava in una sorta di Eden domestico e coniugale, che restava comunque privato nonostante l’intrusione degli occhi. Ora, palesati dalla diafanità delle pareti, come Adamo ed Eva dopo il peccato si coprono, e sembra che calchino un palcoscenico, vestiti dei panni un po’ smunti della domesticità e dell’(in)sostenibile vita a due.

Non c’è nulla di osceno, inteso come fuori dalla scena, nello spazio del racconto che si svolge entro il perimetro di quelle stanze: tutto ciò che accade è legittimato dalla quotidianità della finzione, dalla reiterazione di gesti onanistici che non trovano eco, non si risolvono nel dialogo.

Lì, su quel palcoscenico, due entità diverse non si fondono in una sola. E neppure uno più uno fa due.

Si misura la forza, si cercano nuovi precari equilibri, si stabiliscono patti di non belligeranza, tregue effimere: Lei sale su una scala che Lui regge, senza neppure più la malizia di guardarle le gambe da sotto in su, e sbircia fuori, verso un orizzonte che la casa, per quanto trasparente, preclude ; Lui si mette ali d’Icaro, e prova a spiccare un volo che rischia di essere goffo come quello di un tacchino. Lei cammina in equilibrio su un asse di legno. Alla partenza, come all’arrivo, c’è Lui, che sostiene. Ma basta un niente - un movimento voluto delle spalle, un inatteso prurito, o un crampetto - che, bum, si finisce giù per terra.

I gesti sono ora più allusivi, la azioni più metaforiche. Prima erano donne che svuotando i frigoriferi riempivano i ventri e i cuori, o che ingoiavano mattutini sorsi di caffè tappandosi il naso, o ancora che cullavano uomini afflitti dalla sindrome di Peter Pan, in un ironico aggiornamento dell’iconografia della pietà.

Oggi che le differenze dei corpi e dell’essere Uomo e Donna sono ovattate e anestetizzate negli abiti poco diversi, il tiro alla fune misura la capacità di resistenza, e di reciproca sopportazione, risolvendosi in una sostanziale parità.
La Coppia è pari anche in quella che sembra una progressiva rinuncia ai sensi: già tacciato l’udito, spesso si negano anche la vista e, vicendevolmente bendati, si fanno portare per mano dentro la gabbia (e Lui, orbo, non sa più dove sono le farfalle, e le caccia, sordo ai battiti d’ala, nel senso opposto al loro volo).

Noi che guardiamo, al contrario, vediamo molto di più: prima avevamo a disposizione una sola inquadratura, ampia quanto lo era il buco della serratura da cui la scena veniva carpita; ora invece la tridimensionalità e la trasparenza ci offrono manie a tuttotondo.

Attorno al tema della cecità e dell’equilibrio ruotano la messinscena, l’intuizione registica , la stesura del copione, , l’ideazione stessa di questi teatrini. Tanto, l’equilibrio se c’è è precario, e la vista incerta. Perché i conti, nella coppia, non sono tornati.

Occorrerà convivere con questa certezza. O cambiare le regole alle addizioni. Provare a inventare la matematica della Coppia, l’aritmetica domestica, estranea alle leggi euclidee, soggetta ad umori impercettibili e a variabili imprevedibili.

Ricordandosi che quello che si recita lì è il copione della vita, che sia a uno, a due a tre… e che vale la pena guardarlo con giocondesco distacco.



THE COUPLE
Cinzia Bollino Bossi, 2004

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